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Monsieur LeClochard


Come ogni mattina, davanti al “mio” squallido negozio di pellicce di coniglio e bigiotteria placata in oro, passa un senza tetto di origine polacca, percorrendo l’intera Rue Meynadier, facendo la sua giornale passeggiata. Ormai è un mio conoscente, passa e devia per salutarmi, chiede come va, mi augura buona fortuna. Oggi invece si è fermato, e cosa che non ha fatto in nessun altro giorno, mi ha chiesto in prestito due euro; allora ho lasciato la sorveglianza delle sciarpe in finto cashmire per recarmi nello stanzino e frugare nel mio tascino delle monete e cercare due euro.
Mi scuso se vi tedio con questa storia.
Ad ogni modo, tornato fuori, il signor Senza Tetto mi ringrazia, e mi dice che per una questione di onore me li farà avere il giorno seguente, perché avrebbe iniziato a lavorare, e via con la sua storia per l’ennesima volta… è di origine mezzo polacca e mezzo ucraina, sa parlare l’inglese, il russo, il ceco, un pochettino anche l’italiano, sta imparando il francese, ed è per questo che non trova lavoro – o così afferma lui, perché non è assolutamente fluente nella lingua francese, tant’è che per tutto il tempo mi parla in una lingua da me battezzata “frenglish”.
Ad un certo punto, piuttosto che chiamarmi normalmente, la responsabile del negozio lo fa da molto irritata e mi ordina di rientrare nel locale ancora una volta. Afferma che la snerva che io “stia tutto il tempo a parlare”.
Una volta nelle sue vicinanze mi dice, inoltre, che – come che io non lo sapessi – quello era un barbone, e che io non ci devo parlare… perché non è bello, e perché non è buono per il negozio fare ció.
Dunque mi indica delle scatole, e spazientita mi dice di portare le scatole al piano superiore, sempre percorrendo la famosa scala a chiocciola pelosa e marrone.

Ora ci sono due punti, a mio avviso, da chiarire:
1) la mia “datrice di lavoro” deve mettersi in testa che io non sono venuto a Cannes per lavorare, o per meglio dire – a scanso di equivoci, il fatto che io lavori presso lei, è solo un pretesto perché io impari la lingua francese
2) io non vorrei mai e poi mai che qualcuno non mi parli solo perché non mi trovo della pecunia in saccoccia; puó capitare a chiunque di andare in bancarotta, andare in rovina, finire sul lastrico – ho detto la stessa cosa per tre volte, ma per questo non vorrei mai che qualcuno non mi rivolga nemmeno la parola per questo.

Saluto chi parla con chi finisce sul lastrico.

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Categorie:Francia
  1. efialte
    3 ottobre 2009 alle 11.54

    /// 1) la mia “datrice di lavoro” deve mettersi in testa che io non sono venuto a Cannes per lavorare, o per meglio dire – a scanso di equivoci, il fatto che io lavori presso lei, è solo un pretesto perché io impari la lingua francese ///

    monsieur Psychobilly,
    Mi è necessario chiarire che, nonostante i vostri intendimenti, il programma LLP – Mobilità non ha come obiettivo il progresso linguistico, bensì il miglioramento degli skills lavorativi attraverso i tirocini. Che tu sia andato in Francia per migliorare la lingua, e non per lavorare, non corrisponde agli intenti di ITER4 e contraddice una serie di documenti che hai approvato firmandoli.
    Che un negozio non abbia piacere a far fermare clochards davanti alla porta è cosa che, immagino, potremo ben comprendere solo quando io, o tu, avremo un negozio in un periodo di crisi.
    Buona giornata.

  2. kore92
    3 ottobre 2009 alle 12.07

    Per me hai ragione. E ridicolo che la tua datrice di lavoro ti dica che non devi parlare con un clochard perche non da buona immagine al negozio. So che e diverso, ma io allora non dovrei chiacchierare con il chitarrista polacco che c’e a Sassari. Spesso i clochards non hanno molte persone con cui parlare, e penso che tu faccia una buona azione.

  3. efialte
    3 ottobre 2009 alle 5.20

    /// E ridicolo che la tua datrice di lavoro ti dica che non devi parlare con un clochard perche non da buona immagine al negozio ///
    Carlo, io, Luigina possiamo parlare con chi vogliamo. Il problema di un negozio di abbigliamento con un clochard che vi staziona davanti io, ripeto, lo immaginerei dal punto di vista di chi nel negozio ci lavora.
    Cose ridicole ce ne sono tante, perfino a Papalla. Chi fa finta di vivere nel mondo dell’uguaglianza sociale, sembra un po’ un abitante di Papalla.

    Un chitarrista polacco… insomma un dignitoso professionista europeo. Che c’entra con un clochard di Cannes? I chitarristi sono barboni? i barboni sono chitarristi?

  4. 3 ottobre 2009 alle 9.05

    efialte :

    /// 1) la mia “datrice di lavoro” deve mettersi in testa che io non sono venuto a Cannes per lavorare, o per meglio dire – a scanso di equivoci, il fatto che io lavori presso lei, è solo un pretesto perché io impari la lingua francese ///

    monsieur Psychobilly,
    Mi è necessario chiarire che, nonostante i vostri intendimenti, il programma LLP – Mobilità non ha come obiettivo il progresso linguistico, bensì il miglioramento degli skills lavorativi attraverso i tirocini. Che tu sia andato in Francia per migliorare la lingua, e non per lavorare, non corrisponde agli intenti di ITER4 e contraddice una serie di documenti che hai approvato firmandoli.
    Che un negozio non abbia piacere a far fermare clochards davanti alla porta è cosa che, immagino, potremo ben comprendere solo quando io, o tu, avremo un negozio in un periodo di crisi.
    Buona giornata.

    Concedendo e non ammettendo che io non abbia inteso bene il regolamento, mio egreggio Efialte, chiedo venia per aver compreso di essere a Cannes per imparare il francese piuttosto che essere qua per migliorare – o iniziare – il mio miglioramento delle capacità lavorative. Vengami concesso di dire che se così fosse, allora mi sarebbe bastato passare l’intera estate a lavorare al mercato itinerante – cosa che ho fatto – coi miei genitori e tornare a scuola regolarmente, piuttosto che perdere un mese intero di scuola, sapendo che non sono in Francia per imparare il francese e dover sgobbare al ritorno per recuperare. Insomma, per farla breve, se non sono qua per la lingua, sarebbe bastato che attraverso la scuola il tirocinio si svolgesse in qualche altra zona dell’Italia, se veramente il fine non fosse il progresso linguistico.
    Forse se avessi firmato per vendere l’anima a Satana – nel caso fosse esistito assieme alla sua controparte, le clausule avrebbero avuto delle sfumature leggermente più chiare. E magari anche questo fa parte delle esperienze che si fanno… dunque almeno per questo devo ringraziare il progetto ITER4, visto che nonostante io sia sensibilmente migliorato nella lingua francese, devo tristemente apprendere, a 3/4 della mia permanenza, che non sono in Francia per questo!

  5. 3 ottobre 2009 alle 9.09

    efialte :

    /// E ridicolo che la tua datrice di lavoro ti dica che non devi parlare con un clochard perche non da buona immagine al negozio ///
    Carlo, io, Luigina possiamo parlare con chi vogliamo. Il problema di un negozio di abbigliamento con un clochard che vi staziona davanti io, ripeto, lo immaginerei dal punto di vista di chi nel negozio ci lavora.
    Cose ridicole ce ne sono tante, perfino a Papalla. Chi fa finta di vivere nel mondo dell’uguaglianza sociale, sembra un po’ un abitante di Papalla.

    Un chitarrista polacco… insomma un dignitoso professionista europeo. Che c’entra con un clochard di Cannes? I chitarristi sono barboni? i barboni sono chitarristi?

    Suvvia, Dottor Blasina, non concediamoci questi inutili sillogismi degni di chi ha appena appreso di cosa si tratti uno di essi, e alludo al chitarrista e al clochard. Non saprei veramente come interpretare la metafora di Papalla, perché se lei intendesse che credere nell’uguaglianza sociale sia perfino ridicolo, come essere abitante della sopracitata località della quale non è esattamente verificata l’esistenza, questo puó significare che o lei non ci crede, e questo non le fa per nulla onore, oppure ha solo fatto una triste constatazione, tanto sottile quanto cinica. Certo è che se capita che il nostro barbone in questione passi all’esterno del negozio, in un momento in cui non c’è nemmeno affluenza di clienti, è perfino un passatempo per il sottoscritto dare aria ai denti in una lingua che sto cercando di affinare, e allo stesso tempo non allontanare il povero clochard che scambia solo due parole senza disturbare.

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